E te ne stai lì, sulla tazza del gabinetto in cerca d'ispirazione,
quando improvvisamente quella arriva. È un'idea rivoluzionaria, capace di
sconvolgere l'intera comunità scientifica. Hai lo stomaco in subbuglio, tanto
che emetti anche alcune flatulenze, a indicare che il processo digestivo è
giunto al termine, contemporaneamente a quello cognitivo. Tu però voli alto,
sogni la profonda gratitudine di quelle persone cui migliorerai la vita con la
tua sbalorditiva scoperta. Il Nobel è lì a un passo e già assaggi una fetta
della grossa Crostata della Gloria. Mentre ci pensi, ti si bagna la fronte,
senti di dover spingere con tutte le tue forze, perché anche laggiù in basso
c'è qualcosa che brama di uscire alla luce. E quindi lanci un rauco grido da
cinghiale preso per metà in una tagliola, un grido che parte con
"Eureka!" e finisce con un rantolo. Madido, esausto, svuotato
dall'interno, ti alzi di scatto in cerca del rotolo di carta igienica. Neanche
noti l'enorme LZ 129 Hindenburg, miracolosamente intatto, che hai deposto. Apri
le finestre per far entrare l'aria e chiami Marisa, tua moglie, perché non stai
più nella pelle, devi raccontarle dell'idea che hai avuto, non vedi l'ora di
teorizzare il tutto, una scoperta così è il futuro della scienza. Poi Marisa
arriva, si tiene il naso tappato. Ti ricorda che hai esagerato con i caffè, che
prendi sempre senza zucchero, e con la peperonata dell'altra sera. Simula
perfino dei conati di vomito. Ti rimprovera perché non hai tirato lo sciacquone,
si avvicina alla tazza e ci guarda dentro. Pausa d’effetto.
È lei che lo vede per prima e quasi sviene dall’emozione. Il
più perfetto stronzo mai defecato. Si commuove, e tu puoi giurarci che quelli
che scintillano sulle guanciotte, sono lacrimoni sinceri, stille di lei che non
si scompone mai davanti a nulla. Ti riempie di complimenti, sostiene che è la
cosa migliore che tu abbia mai fatto, dice che è più felice di quando ha
partorito, anzi, che questo è un parto in piena regola, e inizia a pensare a un
nome per lo stronzo galleggiante. Filippo, come il nonno? Avrebbe sempre voluto
chiamare vostro figlio Filippo, ma avete avuto solo due femminucce. Dobbiamo metterlo
in una teca, dice lei, Anzi no, un bel pezzo di merda così, dovrebbe stare in
un museo, così che tutti possano ammirarlo. Tu vorresti raccontarle dell'idea
che hai avuto, anche lei è una scienziata, dopotutto, e si è sempre dimostrata
entusiasta delle tue confidenze in ambito lavorativo. Lei però è già al
telefono, sta chiamando amici, parenti, vicini di casa. E in breve arriva anche
la stampa, la televisione locale, poi la televisione nazionale, e nel giro di
un paio d’ore ti trovi a parlare in diretta, davanti a milioni di
telespettatori, del tuo incredibile stronzo, così perfetto, così massiccio,
così fragrante. Senti Marisa aggrappata al tuo braccio, puoi percepire il suo
amore, quanto è fiera di te e del "vostro" stronzo. Lo sente anche
suo, come un figlio, come uno di famiglia. Nel frattempo lo stronzo è stato
adagiato su un cuscino di velluto, e tutt'intorno a lui, si è assiepata una
marea umana di curiosi indiscreti. Qualcuno dubita della sua autenticità,
qualcuno suggerisce l'ipotesi che forse sono due stronzi diversi,
artificiosamente montati insieme. I più non diffidano, sono affascinati. Un
ragazzino ti chiede se può farsi un selfie con te e con il pezzo di merda. Ed
ecco che ti sembra di impazzire: prima l'hai tollerata, questa follia, adesso è
francamente troppo. Strattoni Marisa, fai un casino davanti alle telecamere,
che non ti dico. Urli, Uscite da casa mia! Andatevene! Qualcuno borbotta, qualcun
altro sostiene che la fama ti ha cambiato, che sei diventato uno stronzo.
Stronzo? Ah, questa è bella, se non fosse stato per quel ridicolo ammasso di
feci, adesso tu staresti pensando alla tua scoperta, a quell'idea che adesso è sbiadita,
accidenti a te che non hai pensato di trascriverti degli appunti… Tutti i
calcoli sono da rifare!
È sera e Marisa ti tiene il broncio e ti manda a dormire sul
divano. Sul tuo letto fa spazio allo stronzo, sarà lui a dormire comodo.
Durante la notte hai un incubo e ti svegli di soprassalto.
Ti annusi sotto le ascelle e ti disgusti da solo, puzzi quasi come il tuo
stronzo. Avanzi verso il bagno, nello stanzino dove tutto è cominciato, e ti
guardi allo specchio. Osservi il tuo colorito, sempre più olivastro. C'è
qualcosa che non va, pensi, provi a chiamare Marisa ma la tua lingua impastata
non vibra. Perdi l'equilibrio e cadi a terra, frani su te stesso, su quel
mucchietto di te, quel cumulo sempre più bruno, che olezza da far schifo. E
d'un tratto, quelle che erano le tue braccia, sono i resti della peperonata di
due giorni prima. E quelle che erano le tue gambe, sono fondi di caffè, neri,
senza zucchero.
Ti accorgi troppo tardi di essere diventato uno stronzo.
Quello che dorme nel tuo letto, abbracciato a Marisa, è lo
stronzo che ora ha assunto le tue sembianze. È successo tutto nello stesso
momento: tu diventavi uno stronzo, lui diventava te. E puoi vederlo sorridere,
mentre prende conoscenza. Si alza, sempre con quel suo ghigno beffardo. Quello
stronzo ti ha rubato l'idea, la tua idea rivoluzionaria, l'idea sulla quale
stavi lavorando da mesi e che farà fare passi da giganti alla scienza e
all'industria bellica.
Lo vedi che compone il numero al telefono e avverte i tuoi
superiori. Eureka, dice lo stronzo.
E si attribuisce il merito dell'invenzione della Tua bomba.
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