mercoledì 31 maggio 2017

ISTANBUL (NON COSTANTINOPOLI)

Premessa. Come un Gramsci o un Rustichello da Pisa qualsiasi, le righe che seguono le ho scritte dal carcere.

22 aprile 2016, Istanbul. Mi trovo chiuso a chiave in una cella grigia, senza finestre. Condivido questo squallore con due fratelli marocchini e un hippy californiano. Uno dei due marocchini dorme su un divanetto lurido, avvoltolato in una coperta di stracci. L'altro è in piedi, scalzo sul sajjāda, e recita la preghiera notturna, il ṣalāt al-ʿIshāʾ.
Michael, l'americano, adesso è in silenzio perché aspetta gli esiti della telefonata che gli hanno concesso di fare: "I know somebody who knows somebody", mi ha confessato. Buon per lui.
Il bagno è completamente allagato e dalla turca turca(!) intasata, sbuca minacciosa la testa di un mostro lovecraftiano, marrone e mefitico. Trattenendo il respiro per i miasmi che si diffondono nel claustrofobico bugigattolo, racconto a bassa voce all'annoiato Michael gli avvenimenti che mi hanno portato fin lì.

La giornata è partita non proprio benissimo, dove con "non proprio benissimo" intendo dire che alle 10.30, appena dopo la colazione, sono stato coinvolto in un tamponamento multiplo. Ero ancora in Italia, mi ero alzato presto per raggiungere l’Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, per partire verso la Turchia e trascorrere a Istanbul quattro giorni di meritate vacanze. È successo tutto molto velocemente: la mia Yaris, con indomito spirito da piccola utilitaria giapponese kamikaze, s’è lanciata contro altri due veicoli, schiantandosi contro le mie speranze di cominciare nel migliore dei modi il viaggio.
Dopo aver costatato amichevolmente che quel rottame della mia auto poteva ancora portarmi all'aeroporto, seppur dolorante dopo lo scontro, mi sono fondato a prendere l'aereo, che non ho perso per un soffio.

“Tre auto distrutte, compresa la mia.
Adesso cerchiamo di non guastarci le vacanze!”

Slacciate le cinture di sicurezza dopo un decollo senza storia, ho smesso di pensare alla disavventura del mattino per gettarmi con i pensieri nell’ebrezza della gioia del viaggio, nel fascino esotico che richiama in me Bisanzio, e nel generoso decolleté di una delle hostess. Poi la splendida creatura seduta nella poltroncina accanto a me si è presentata. “Sabrina”, ha detto, e intorno a me, come in un miraggio, è spuntato l’Oriente dal sapore di cumino e di cardamomo.
“Costantinopoli è una dama carezzevole con un neo sulla guancia”, diceva Maometto II prima di mettere le mani sulla città nel 1453. “Una dama carezzevole con un neo sulla guancia…”

Michael m’interrompe e mi saluta, la sua telefonata ha avuto un esito positivo. La porta si apre ed è libero. Al suo posto, vengono condotti nella cella un curdo visibilmente alterato e un ragazzino magiaro spaventato come un agnellino a Pasqua. Nessuno di loro ha voglia di parlare, così torno a perdermi nel ricordo della folle giornata, e ritorno a pensare a Lei.

Sabrina è bellissima. Bionda, con la pelle color ambra. Afferma di essere di origine berbera al 100%, e scopro stupito che talvolta capita, anche se non di frequente, che delle ragazze berbere nascano con i capelli dorati. Dice di essere nata ad Algeri, e di aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Cartagine (non Tunisi). Poi è venuta a vivere in Italia, dove lavora come interprete. Il suo accento è arabo, ma anche un po’ francese. Il suo neo sulla guancia è una danzatrice del ventre che nella sua frenetica danza esotica mi conquista e mi seduce. Dall’oblò dell’aereo ecco spuntare il Corno d’Oro. Un panorama mozzafiato brilla nei riflessi delle moschee.

“Anche io viaggio da sola! Potremmo visitare la Città insieme, se non ti dispiace!”

Ho sentito di nuovo il rumore di un incidente, e per un attimo ho pensato di trovarmi ancora coinvolto nel tamponamento. Invece è tutto vero. Sabrina è bellissima e mi ha chiesto di passare la vacanza a Istanbul con lei. Quel frastuono che avevo sentito è il mio cuore, che adesso batte all’impazzata.

Aeroporto Internazionale di Istanbul, Sabiha Gokçen. “Sabiha è stata la prima aviatrice turca e la prima pilota da combattimento del mondo”, mi dice Sabrina.
Sabiha-Sabrina.
Sabrina è bellissima e anche l’aeroporto è bellissimo, perché si chiama come lei.
Poi, al controllo dei documenti, il doganiere nota che i miei documenti sono un po’ stropicciati. Mi fa cenno di seguirlo.
Dico a Sabrina di aspettarmi, che vado a risolvere la faccenda dei documenti e torno subito.
“Ti aspetto qui, sennò poi come faremmo a ritrovarci? Non ci siamo ancora scambiati il numero di telefono!”, dice lei.
Mi caricano su una camionetta. Non la rivedrò mai più.
I mei documenti stropicciati sono stati cambiati per documenti falsi.

Pochi minuti dopo, mi ritrovo rinchiuso nel carcere dell’aeroporto, in attesa di venire rimpatriato con il primo volo.

L’immagine di Sabrina svanisce, mentre finisce quella terribile giornata a Istanbul (non Costantinopoli).

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