lunedì 7 settembre 2015

MARTINO K

La pagina si era già macchiata, principalmente con il titolo, quando le parole vollero finalmente disporsi perlomeno in fila in modo da formare le righe, appunto. Righe che erano da leggere, quelle un po’ nere con del bianco in mezzo, e altre che si potevano volentieri ignorare poiché proprio tutte bianche. Date le ridottissime dimensioni delle sopraccitate, il salto della riga era praticato a colpo d’occhio e l’asta che sovente si usava per saltare, era la pagliuzza serbata nella cornea (alcuni hanno una trave e sono avvantaggiati). La vicenda argomentata faceva il resoconto delle facezie di tale Martino Khrwz, che volle rimanere anonimo sebbene il suo cognome fosse composto prevalentemente da consonanti.

LE FACEZIE FRULLOSTREPITOSE DI TAL MARTINO K.

Quel martino, Mattino si svegliò più dislessico del solito e scese a bersi una scatola dei suoi cereali preferiti, che inzuppò nel latte rancido pisciato dal lattaio che lo beveva di nascosto. Costatato il sapore cartaceo della scatola di carta, concluse che i suoi cereali preferiti d’ora in poi sarebbero stati i cereali Hellog, fabbricati in scatole di ghisa. La ghisa piaceva molto a Martino perché tutti i padri che aveva avuto prima di nascere orfano erano stati muratori, e gli avevano insegnato le cose del mestiere, come fare palloncini con la ghisa dopo averla masticata, le bolle di ghisa e i gelati di ghisa. Martino sognava di fare il muratore o per lo meno il carpentiere, faceva tutte le notti sogni di ghisa e fantasticava specialmente di possedere una bellissima betoniera blu, vrooombolante ghisa tutti i giorni, ghisa che si avvilupettava sconquascendosi come se ballasse un valzer di ferro fuso. Purtroppo il mestiere di Martino era il Presidentedellarepubblica, e sebbene fosse una qualifica dal nome più lungo e con tante lettere, la cosa non lo gratificava per niente. Il Presidentedellarepubblica doveva cambiare i cognomi della gente, oltre che presiedere una Repubblica. Martino aveva cambiato molti cognomi:
Ramseti in Sorrentino;
Scatarracinesca in Pizzighettone;
Facciadaculo in Santabrigida;
Cagadenaro in Sanfranceschi;
Torcibue in Celentano;
Piotrilichciaicovschi in non mi ricordo;
Zinzin in Vanfin in Vantim in Vanpin in Vantin in Debora;
Fanculo in Forgiaderetano…

Naturalmente Martino aveva cambiato numerose volte anche il suo cognome e decise di cambiarlo di nuovo, diventando Martino Barbadelprofeta. Arrivò il solito furgone rosa a prelevarlo. Martino andava a fare il Presidentedellarepubblica col furgone rosa, e tutte le mattine cantava “All we need is love” cambiando una parola (“love” con “ghisa”), e quindi era più corretto dire che cantava “All we need is ghisa”.  L’ufficio da Presidentedellarepubblica di solito aveva l’aria incondizionata, un buon aroma di caffè mocaccino e le lingue degli adulatori ben incollate sulle poltroncine dove sovente si sedeva Martino. Martino si sedette su due leccaculo che volevano dei soldi e iniziò ad appuntarsi frasi oscene sulla sua cravatta con una penna viola limone.
- Le faccio portare la sua segretaria tailandese minorenne, signor Dellarepubblica?
- Non oggi! -, cantò Martino in aramaico a una specie di scopa con gli occhiali con un brufolo giallo sulla fronte.
- Se vuole giro il quadro del papa e copro quello della sua signora madre e poi le porto la segretaria slovacca, che tra le tante è la più vacca!
- Non oggi! -, martineggiò Martino, che era leggermente pensieroso. Ordinò alla scopa di schiacciarsi il brufolo che esplose con fragore nell’ufficio così ordinato, cospargendolo di pus, e provocando tsunami di vomito degli archivisti che archiviavano archibugi in un archivio poco distante ed erano delicarchiviati di stomaco. Ci furono dei morti ma si deve pur morire, prima o poi.
Martino si stava annoiando e decise di fare una guerra. Tra le mansioni del Presidentedellarepubblica, oltre cambiare i cognomi e presenziare, c’erano altre cose che si potevano ma non si dovevano fare: tra di queste, la guerra. Martino non aveva mai dichiarato una guerra ed era parecchio curioso di cosa sarebbe successo. Decise che sebbene fosse una cosa che poteva fare ma non doveva fare, l’avrebbe fatta comunque, perché se avesse potuto fare il muratore ma non avrebbe dovuto farlo, l’avrebbe fatto, infischiandosene. Chiamò allora alcuni altri Presidentidellarepubblica:
Quello della Nordegia gli disse che non voleva guerreggiare.
Quello della Gran Bertagna gli disse che non era al momento raggiungibile.
Quello degli Stati Unti stava facendo la guerra alla Mestopotamia.
Quello della Mestopotamia stava facendo la guerra agli Stati Unti.
Quello dei Paesi Balzi gli disse che avrebbe voluto fargli la guerra, ma era già impegnato con quelli della Diarrea del Nord. Siccome ormai, a detta dei balzici, ci mancava poco e la guerra la vincevano pure, allora sarebbe toccato fra poco a Martino, ma quegli altri assicuravano che non era vero niente e stavano vincendo loro, quindi magari doveva passare ancora un bel po’ di tempo prima che si potesse seriamente pensare di fare la guerra.

Martino si mise in lista d’attesa per fare la guerra ai Paesi Balzi e si cambiò il cognome in “Eh?”, prefigurandosi in seguente scherzo:
- Come vi chiamate, signor…?
- Eh?
- Ho chiesto come vi chiamate!
- Eh?
- Qual è il vostro nome? Siete il signor…?
- Eh?
- Signor…
- Eh?
- Ma siete sordo? Vi ho chiesto come vi chiamate!
- Sono il signor Martino Eh?
- Martino? Non so, mi dica lei… Martino…
-Eh?
(E così via di seguito)

Martino guardò alla finestra, poi l’aprì e vide anche quello che c’era fuori, nonostante lo sospettasse: il cielo era sempre lì. Nel cielo si sfittigaronbolavano alcune nubi cariche di pittirigognoli di pioggia e sembravano tante betoniere macinaghisa. Immaginò di essere su un’isola De Serta (un cognome che gli piacque e del quale subito si appropriò), un’isola di ghisa in un mare di bitume, con alberi palmati e noci di coccio, con la Scopa Con Gli Occhiali tutto nudo che accende il fuoco sfregando il suo brufolo contro l’escrescenza purulenta sul sedere della segretaria slovacca. Ah, come sarebbe stata bella la vita su un’isola di ghisa! Mentre questi pensieri sentimentali ronzavano nel capo del Capo (ovvero Martino), arrivò un Cancro, che bussò prima di entrare ma quando entrò, ormai era troppo tardi.
In punto di morte, Martino fece il testicolo delle sue ultime voluttà, per distribuire ai parenti e agli amici più infimi le cose più importanti che possedeva:
Un salvadanaio di ghisa alla madre Bruna;
Un nano da giardino di ghisa allo zio Bruno;
Un colino di ghisa al cugino Lino;
Un fermacapelli di ghisa e un fermacarte di ghisa all’inferma Zia Lina;
La carica di Presidentedellarepubblica e tutte quelle cose che non gli importavano più di tanto toccarono invece alla Scopa Con Gli Occhiali, che stranamente apprezzò di buon grado.

Martino aveva un modo strano di morire, infatti si era messo in testa che voleva morire a testa in giù e nonostante Bruno, Bruna, Lino, Lina, Vincenzo, Borromeo, Franco, il vicino di Franco, la Marta, Piero e suo fratello cercassero di persuaderlo a morire in modo più convenzionale, lui non voleva sentir ragione.
-Beh, almeno ha accettato di farsi confessare da un prete cattolico!-, disse la madre di Martino che era molto devota e non faceva mai orge e riti satanici la domenica mattino.
Il becchino aveva già finito la lapide (intestata a Martino De Serta), pensando che Martino morisse il 31/1, invece trapassò due giorni dopo e lui dovette rifarla. Il becchino si lamentò col Sindacato che indisse uno sciopero, che sfociò in una protesta violenta, che venne enfatizzata e finanziata da spie dei Paesi Balzi e allora scoppiò la guerra con i Paesi Balzi. Ovviamente questi ribelli perdettero e diventarono tutti schiavi dell’ex paese di Martino, e finirono a scavare miniere di ghisa nelle colonie su Urano della Scopa Con Gli Occhiali. Morirono tutti tra fatica e stenti.

Sulla tomba di Martino (con lapide in ghisa) regna ancora imperituro il seguente motto:
“O LA GHISA O LA MORTE!”

Che uomo stupendo.

E ora qualcosa di completamente diverso:

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