mercoledì 16 settembre 2015

MIDGET

PROLOGO

Il racconto che segue è un brano scartato dal Bardo Thodol ("Suprema Liberazione con l'Ascolto"), meglio noto nei paesi occidentali come Libro Tibetano Dei Morti, un testo funerario. Poiché la tematica trattata (nella fattispecie, la morte) è un argomento decisamente serioso, penso che sia il caso di sdrammatizzare. Ecco per voi un Prologo con il piccolo Mister Pinko. “Mister Pinko, mi sente?”
“Forte e chiaro, Narratore Principale!”
“Mister Pinko tu sei il nano del Circo Bidoni, arrivato da poco in città. Ho visto il tuo spettacolo l’altra sera, quello dove cavalchi un pony e vieni preso a pasticcini in faccia dagli altri clown, molto divertente!”
“Ne sono lusingato!”
“Vuoi spiegare, buffo piccoletto, quale sarà il tuo ruolo all’interno di questo racconto?”
“Beh, intanto grazie per avermi concesso la possibilità di esprimermi, sarò breve come... ehm… io sono sempre breve…”
 “Ah ah ah, troppo divertente. Grazie nanetto… adesso posso cominciare il racconto principale. Io vado, eh…”

VECCHI CHE MUOIONO

Querceto Piccolo Sul Pinolo era un paesino di venti anime e un circolo per anziani, situato adiacente alla piccola chiesetta di legno intagliata nel tronco della quercia centenaria che della zona era vanto. Il giovane Vladimiro Chiappa, protagonista di questa storia, non era però di Querceto Piccolo: egli veniva da Pian Del Cocomero Turrito. Tutte le mattine, l’intraprendente Vladimiro Chiappa partiva da casa, un'umile costruzione fatta di molliche di pane e filtri di sigarette, e percorrendo via della Fustigazione (35 Km), s’inerpicava sul ripidissimo Monte Del Chiurlo (12 Km), per raggiungere la pieve di Querceto Piccolo Sul Pinolo, giusto in tempo per indossare la tunica bianca da chierichetto e prendere parte alla messa delle sette e mezzo di sera. Alla messa partecipavano tutti e venti i devotissimi abitanti di Querceto Piccolo. Sommati tutti assieme, gli anni degli abitanti di Querceto Piccolo erano 1746 (se ho fatto bene i conti). L’anziano parroco Adelchi aveva novantatré anni e viveva sul ramo più grosso e robusto della quercia centenaria. Alvaro, grazie ai suoi ottantacinque anni ben portati, era il più giovane e quello più in salute, avendo avuto solo due infarti. Arturo, che era sordo, Aldo il gobbo e Alfonso detto “Il Prostata” avevano novantadue anni ed erano gemelli, ma non fratelli: i loro fratelli perirono in guerra, rendendo quindi i tre vecchietti, dei doppi sdoppiati! Agostino, Ambrogio, Armando, Antonio, Adolfo, Attilio e Amilcare erano gli unici sopravvissuti della 5°A di cento anni fa, e avevano tutti centoundici anni. Il più anziano del paese era Arnoldo, che a luglio avrebbe compiuto centoventidue anni. Astolfo, Annibale e Adornato avevano novantanove anni, Amos, Attila, Arrigo e Alfredo ne avevano invece novantotto e canzonavano i loro amici novantanovenni perché sarebbero morti prima. Quel giorno però, alle sette e mezzo di sera, toccò ad Ambrogio morire. Poco dopo che Don Adelchi aveva dato inizio alla celebrazione, Ambrogio si accasciò e morì con compostezza.
- Ehi, quello non si sente bene!- disse Vladimiro Chiappa, interrompendo il sacro rito.
- E’ vero, qui non si sente bene! Parlate più forte!- disse Arturo, il sordo.
- Ok, sono morto, adesso andate avanti!- fece Ambrogio. Poi tornò ad accasciarsi.
Don Adelchi celebrò un commuovente funerale, e tutti i suoi amici dissero parole toccanti. Alle nove di sera finì la messa, e i venti pensionati, compreso Ambrogio, si recarono al circolo per giocare a carte.
- E’ stato un bel funerale. Quando succede davvero, voglio più lacrime da parte tua, Aldo!- disse il morto, dando una pacca affettuosa sulla schiena del gobbo.
- Domani tocca a me, anch’io voglio far le prove del mio funerale, mi piacerebbe che tutto fosse impeccabile!

Il gioco preferito dai vecchi abitanti di Querceto Piccolo Sul Pinolo era simulare il proprio funerale: da questo gioco Vladimiro Chiappa era sempre escluso e lui ne era amareggiato e deluso. Anche quando i quercetesi giocavano a carte o a bocce, Vladimiro non era mai invitato. Quel giorno Vladimiro Chiappa prese tutta la delusione e l’amarezza che aveva e ci fabbricò una robusta corda, per impiccarsi meglio.

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