Ašgabat, letteralmente “città dell’amore”, è la capitale del
Turkmenistan. Fondata dai Parti, fu rasa al suolo da un terremoto nel I secolo.
Grazie al traffico dei commercianti che percorrevano la Via della Seta, rifiorì
e divenne un centro prospero, ma fu nuovamente rasa al suolo nell’XI secolo dai
selgiuchidi e poi nel XIII secolo dai mongoli. Poi fu rasa al suolo dal
turkmeni, che la riedificarono daccapo. La città resse fino al 1881, quando
arrivarono i russi a raderla al suolo. I russi ricostruirono Ašgabat
e la dotarono di un’efficiente stazione che collegava il centro a tutti i
principali gulag siberiani. Purtroppo però, nel 1948, un nuovo sisma rase al
suolo Ašgabat,
letteralmente “città dell’amore”, proverbialmente “città della rogna”. Ašgabat
6.0 era l’ultima versione della città, fasciata da impalcature e punteggiata di
cantieri aperti, “che tanto poi viene giù di nuovo”, dicevano gli abitanti, e
nessuno aveva voglia di spostare le ruspe o di finire i lavori.
Quella sera, in un piccolo locale sulla Prospettiva
Machtumkuli, si teneva la finale del Campionato del Mondo di Pinnacolo.
L’atmosfera folclorica era perfettamente resa dall’alito etilico della marmaglia
di turkmeni sbronzi assiepata intorno al tavolo da gioco. A destra del mazzo
degli scarti, o “pozzo”, com’è propriamente detto, il campione in carica, il
temibile kazako Maksim Vlaminskij, conosciuto altresì come il Diavolo di
Astana. A sinistra del pozzo, con la fronte grondante sudore e l’espressione
concentrata, stava invece il bizantino Vantin.
Il tifo era spaccato in due. Il kazako s’alzò in piedi,
strappandosi di dosso la camicia, che aveva trattenuto a stento un fisico
erculeo e una peluria scimmiesca. Fu acclamato dalla curva destra degli
sbronzoni, e si sentì un forte odore di alito alla vodka in direzione delle
loro grida.
A sua volta, il bizantino Vantin s’alzò in piedi, si deterse
il sudore con un fazzoletto di stoffa e poi fissò il suo rivale, diritto negli
occhi. Non voleva apparire debole, anche se il cuore gli batteva forte nel
petto. Di fronte a tanta audacia, anche la curva sinistra esplose in grida di
supporto che puzzavano della birra locale, l’imbevibile ma economicissima Gourbansky
Pijvo.
Il mazziere diede le carte, 13 a testa. Rimesso il mazzo al
centro del tavolo, scoperse la prima, che era un tre di quadri. Vlaminskij e
quel ragazzo Vantin si sedettero, e nessuno fiatò, perché toccava al
grossissimo kazako fare la prima mossa. Vlaminskij pescò il 3 di quadri, ed
esplose in una spaventosa risata che proveniva dalle viscere della terra.
La sua enorme mano nodosa appoggiò sul tavolo un “doppio”
servito in prima mano, vale a dire Re, asso, due, tre, quattro, cinque, sei,
sette di quadri. Con questa mossa, il Belzebù di Astana aveva steso il campione
islandese in semifinale, mandandolo in coma. Il Diavolo calò alche un tris di
quattro, tanto “chi cazzo se ne frega, la vittoria è mia”, pensava in
cirillico. Poi scartò una Regina di picche e rimase con due carte in mano. “Alla
prossima chiudo, e per te è finita, levantino. Ti stacco la testa e col cranio fracassato,
ci faccio un posacenere!”, disse programmatico.
Toccava al bizantino Vantin.
Il bizantino Vantin pescò la Regina di picche, e come ogni
volta, il prodigio avvenne. Tutte le carte che quel ragazzo Vantin aveva in
mano, si tramutarono istantaneamente in due di picche.
Andava sempre a finire così, con un due di picche ogni volta
che si avvicinava a una donna. Quel levantino Vantin, stirpe indomita di
ragazzo bizantino, capito l’andazzo se n’era fatto una ragione. Un due di
picche ogni volta che si avvicinava a una donna. Quel bizantino era diventato
un campione di Pinnacolo, proprio in virtù del fatto che i due di picche sono “mattini”
o “pinelle”, cioè i jolly di quel gioco di carte.
Il ragazzo Vantin pose sul tavolo la sua clamorosa “calata
di pinelle”, questo il termine tecnico, che non valeva doppio, ma che lo condusse
agevolmente alla vittoria.
Ašgabat. Futuristici edifici di cartapesta si stagliano sulla Prospettiva Machtumkuli.
Donne turkmene al mercato del pane secco di Ccchk. Il pane è utilizzato come
materiale edile, al pari della cartapesta.


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