giovedì 6 agosto 2015

CONDANNA E INDULTO

(Sequel non autorizzato di "Delitto e Castigo")


La slitta si fermò sotto la casa della vecchia. Lo scemo del villaggio, che aveva riconosciuto i sonagli di Vladimir Vantinikov, gli era corso festosamente dietro, battendo le mani.
Vantinikov percosse l’incauto scemo con il frustino che usava per spronare le bestie da traino o per percuotere gli scemi. Messo il disco orario, scese dalla slitta: era vestito alla cosacca (cioè alla casaccio, ma aveva una casacca bislacca) e portava un paio di baffoni scuri come il 90 % degli uomini e il 25 % delle donne della grande Madre Russia. Fatti pochi passi, Vantinikov sospirò.
- Passi, dunque la vita è composta da passi? Quanti passi, di quelli che mi sono stati concessi, mi restano ancora prima che le mie gambe s’incancreniscano, prima che la vita mi scivoli via dall’orecchio? E se fosse scritto nel destino che nel misero soffio di una vita l’uomo ha diritto a un determinato numero di passi, ed io, con la mia gran foga, sto accelerando il giorno della mia dipartita?
Mentre Vantinikov stava concludendo il suo monologo iniziale, gli balenò per la testa l’ipotesi del suicidio.
- Perché vuoi suicidarti, o buon Vantinikov, tu che hai lavoro, soldi, baffi, fascino, moglie senza baffi, slitta e sonagli? – disse Yuri Fantonishenko, il saggio vegliardo che a volte Vantinikov vedeva in sogno o nella recondita profondità della sua coscienza.
- La vita mi è grama. Ho già percorso più della metà dei passi che mi sono stati dati da percorrere. Ne ho la conferma perché mi fanno male i piedi.
- Forse perché hai un buco nella scarpa, testardo Vantinikov!
In un istante Vantinikov si aggrappò alla vita più saldo di prima, perché la sua esistenza gli stava scappando da un buchino nella scarpa. Tappò il buco con un sassolino e decise che d’ora in avanti avrebbe saltellato con un piede solo, così da poter vivere il doppio degli altri abitanti del villaggio di Stepančikovo, e anche di tutti gli altri figli russi della grande Madre Russia.
E fu così, che saltellando sulla neve fresca, Vantinikov raggiunse il portone della casa della sua vecchia locatrice, e bussò. Poi cadde pietosamente per terra.
La vecchia aprì la porta e tese la mano a Vantinikov: non per stringergliela, né per aiutarlo a rialzarsi, ma per intascare subito i suoi rubli. Vantinikov però non si scompose, s’alzò, e sempre con un piede solo decise di entrare nella catapecchia. I suoi sentimenti per la sua affittacamere, la vecchia signora Ilic, non erano mai stati idilliaci, ed era per questo che già da mesi meditava di ucciderla.
-       Dove sono i miei rubli?- disse la vecchia.
-       Posso andare al bagno?- chiese invece Vantinikov.
-       Và, e non tornare senza i miei rubli.
-       Ma signora, io mica cago rubli! Prima cago, poi pago, d’accordo?
-       D’accordo.



Il bagno era una piccola stanza negletta senza acqua corrente né luce. C’era un foro sul pavimento, la latrina dove sovente la vecchia si accovacciava per espletare le sue funzioni, emettendo rauche grida da tarpana scorreggiona e stitica. Vantinikov si mise in posizione per defecare, la stessa posa che ha uno sciatore lanciato ad altissima velocità da un dirupo. Mentre sentiva i processi digestivi giungere alla loro fase conclusiva e le sue membra distorcersi e mescersi, emise un roboante peto.
E poi… Fu folgorato da una visione, così limpida e chiara, che poteva dirsi in technicolor. Vide una donna bellissima, senza baffi ma lo stesso attraente, che sorrideva e gli ammiccava. La visione svanì quando la puzza del peto si era già diradata. Fu allora che il bombardiere marrone strisciò faticosamente fuori dal deretano di Vantinikov, precipitando nella nera voragine della latrina con un violento ‘Plouf!’. Ma Vantinikov sapeva di avere ancora un cacciatorpediniere e diversi piccoli sommergibili ancora da espellere: strinse i denti, e con lo sforzo supremo con il quale dirigeva l’operato dei suoi sfinteri, espulse uno dopo l’altro quei pezzetti marroni che gli guerreggiavano nell’interno.
La seconda visione che Vantinikov ebbe quel giorno gli capitò proprio mentre con la bandiera bianca della resa (la carta igienica) si ripuliva dal bruno sangue dei vinti. Egli sognò un topo gigante che gli diceva che doveva inventare il Comunismo, ovvero una dottrina e sistema politico, fondato sul principio dell’uguaglianza reale, che comporta il possesso comune di tutti i beni, l’abolizione della proprietà privata e dello Zar. Decise che ci avrebbe pensato su più avanti, e si appuntò quanto gli era stato detto dal topo sulla carta igienica.  Mentre stava per uscire dal bagno, visibilmente soddisfatto, sentì una voce.
-       Un'altra voce? Ho già visto il fantasma dei Natali passati, quello dei Natali presenti, e adesso mi tocca di sorbirmi anche quello dei Natali futuri?- disse Vantinikov, che ormai pensava di essere un personaggio del “Canto di Natale”.
-       Non dire stronzate!- disse la latrina, che di stronzi sembrava intendersene.
-       Tu parli, o magica latrina?
-       Parlo e canto. Se vuoi ti canto “Azzurro” di Celentano!
-       No, grazie… Cosa vuoi da me?
-       Una cosa semplice semplice. Uccidi la vecchia, sono anni che mi caga in testa ed io non ne posso più!
-       L’idea mi era già passata per la mente. Se la uccido sarò turbato interiormente per tutto il resto della mia vita.
-       Tanto un turbato lo saresti comunque. Lo sai che tuo nonno è un transessuale?

Vantinikov uscì dal bagno. Era turbato: mai avrebbe pensato che suo nonno potesse spassarsela vestito da donna alla sua veneranda età.
-       Allora, i miei rubli?- disse la vecchia, che aveva sempre la mano protesa, come una zingara davanti ad una chiesa.
-       Mio nonno un trans! Incredibile!- ripeteva sempre più incredulo Vantinikov.




Il topo gigante, la bella donna, la latrina parlante, il Comunismo, il nonno… Tutto ruotava così confuso nella testa di Vantinikov, che la sua mente si annebbiò tutto d’un tratto. Prese un ferro dal caminetto e infilzò la gola della vegliarda questuante. La vecchia cadde stecchita ed esplose in fiamme, come una Spider rossa in un film americano. La catapecchia degli Ilic era tutta di legno e l’incendio divampò rovinoso e brutale: Vantinikov doveva fuggire, e fuggì. La fuga del fuggiasco fu fugace, fu catturato dopo pochi metri. Lo scemo del villaggio in realtà era Boris Bukacioff, il capo della polizia di tutta Mamma Russia, che era stato avvertito per sogno da un fenicottero giallo di pedinare Vantinikov. L’omicida fu giudicato per direttissima e condannato ai lavori forzati per tutta la vita. Fortunatamente, in quel periodo, lo Zar aveva appena cambiato il vecchio ministro della giustizia per uno nuovo che era in offerta, un tale Mastellakov. Il primo atto ufficiale di Mastellakov fu un maxi indulto che svuotò le carceri di mezza Russia. Vantinikov fu sbattuto fuori per mezzogiorno, in tempo per pranzare.
Vantinikov aveva una certa fame e si risolse per mangiare i tradizionali tortellinikov nella locanda del buon vecchio Ermeskov. Improvvisamente, mentre soffiava sui tortellinikov ancora bollenti vide la ragazza della visione, e decise che l’occasione era buona per marpionarla.
-       Mi chiamo Vantinikov e sono un ex galeotto. Non ti fa schifo vero se mi siedo qui vicino a te?
-       Ma certo che no, nipote mio!

Dopo aver ucciso anche il nonno transessuale ed essere stato processato per direttissima, Vantinikov era di nuovo in carcere. Caso strano, tutti i criminali rimessi in libertà da Mastellakov con l’indulto erano tornati in carcere. Tutti tranne due che erano ancora latitanti.

Le storielle russe terminano tutte con una morale piuttosto reazionaria, questa invece si concluse con Vantinikov che dal carcere inventò il Comunismo, apportandogli alcune modifiche. Introdusse due squadre, una palla e un arbitro. Lo scopo del gioco era fare goal e se uccidevi qualcuno, ti beccavi il cartellino giallo, o al massimo rosso. Il gioco del Comunismo venne praticato in molti paesi e fruttò un sacco di cartellini rossi, ma adesso la gente preferisce giocare a calcio.

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