La slitta si fermò sotto la casa della vecchia. Lo scemo del
villaggio, che aveva riconosciuto i sonagli di Vladimir Vantinikov, gli era
corso festosamente dietro, battendo le mani.
Vantinikov percosse l’incauto scemo con il frustino che
usava per spronare le bestie da traino o per percuotere gli scemi. Messo il
disco orario, scese dalla slitta: era vestito alla cosacca (cioè alla casaccio,
ma aveva una casacca bislacca) e portava un paio di baffoni scuri come il 90 %
degli uomini e il 25 % delle donne della grande Madre Russia. Fatti pochi
passi, Vantinikov sospirò.
- Passi, dunque la vita è composta da passi? Quanti passi,
di quelli che mi sono stati concessi, mi restano ancora prima che le mie gambe
s’incancreniscano, prima che la vita mi scivoli via dall’orecchio? E se fosse
scritto nel destino che nel misero soffio di una vita l’uomo ha diritto a un
determinato numero di passi, ed io, con la mia gran foga, sto accelerando il
giorno della mia dipartita?
Mentre Vantinikov stava concludendo il suo monologo
iniziale, gli balenò per la testa l’ipotesi del suicidio.
- Perché vuoi suicidarti, o buon Vantinikov, tu che hai
lavoro, soldi, baffi, fascino, moglie senza baffi, slitta e sonagli? – disse
Yuri Fantonishenko, il saggio vegliardo che a volte Vantinikov vedeva in sogno
o nella recondita profondità della sua coscienza.
- La vita mi è grama. Ho già percorso più della metà dei
passi che mi sono stati dati da percorrere. Ne ho la conferma perché mi fanno
male i piedi.
- Forse perché hai un buco nella scarpa, testardo
Vantinikov!
In un istante Vantinikov si aggrappò alla vita più saldo di
prima, perché la sua esistenza gli stava scappando da un buchino nella scarpa.
Tappò il buco con un sassolino e decise che d’ora in avanti avrebbe saltellato
con un piede solo, così da poter vivere il doppio degli altri abitanti del villaggio di Stepančikovo, e anche di tutti gli altri figli russi della grande
Madre Russia.
E fu così, che saltellando sulla neve fresca, Vantinikov
raggiunse il portone della casa della sua vecchia locatrice, e bussò. Poi cadde
pietosamente per terra.
La vecchia aprì la porta e tese la mano a Vantinikov: non
per stringergliela, né per aiutarlo a rialzarsi, ma per intascare subito i suoi
rubli. Vantinikov però non si scompose, s’alzò, e sempre con un piede solo
decise di entrare nella catapecchia. I suoi sentimenti per la sua affittacamere,
la vecchia signora Ilic, non erano mai stati idilliaci, ed era per questo che
già da mesi meditava di ucciderla.
- Dove
sono i miei rubli?- disse la vecchia.
- Posso
andare al bagno?- chiese invece Vantinikov.
- Và,
e non tornare senza i miei rubli.
- Ma
signora, io mica cago rubli! Prima cago, poi pago, d’accordo?
- D’accordo.
Il bagno era una piccola stanza negletta senza acqua
corrente né luce. C’era un foro sul pavimento, la latrina dove sovente la
vecchia si accovacciava per espletare le sue funzioni, emettendo rauche grida
da tarpana scorreggiona e stitica. Vantinikov si mise in posizione per defecare,
la stessa posa che ha uno sciatore lanciato ad altissima velocità da un dirupo.
Mentre sentiva i processi digestivi giungere alla loro fase conclusiva e le sue
membra distorcersi e mescersi, emise un roboante peto.
E poi… Fu folgorato da una visione, così limpida e chiara,
che poteva dirsi in technicolor. Vide una donna bellissima, senza baffi ma lo
stesso attraente, che sorrideva e gli ammiccava. La visione svanì quando la
puzza del peto si era già diradata. Fu allora che il bombardiere marrone strisciò
faticosamente fuori dal deretano di Vantinikov, precipitando nella nera
voragine della latrina con un violento ‘Plouf!’. Ma Vantinikov sapeva di avere
ancora un cacciatorpediniere e diversi piccoli sommergibili ancora da
espellere: strinse i denti, e con lo sforzo supremo con il quale dirigeva
l’operato dei suoi sfinteri, espulse uno dopo l’altro quei pezzetti marroni che
gli guerreggiavano nell’interno.
La seconda visione che Vantinikov ebbe quel giorno gli
capitò proprio mentre con la bandiera bianca della resa (la carta igienica) si
ripuliva dal bruno sangue dei vinti. Egli sognò un topo gigante che gli diceva
che doveva inventare il Comunismo, ovvero una dottrina e sistema politico,
fondato sul principio dell’uguaglianza reale, che comporta il possesso comune
di tutti i beni, l’abolizione della proprietà privata e dello Zar. Decise che
ci avrebbe pensato su più avanti, e si appuntò quanto gli era stato detto dal
topo sulla carta igienica. Mentre stava
per uscire dal bagno, visibilmente soddisfatto, sentì una voce.
- Un'altra
voce? Ho già visto il fantasma dei Natali passati, quello dei Natali presenti,
e adesso mi tocca di sorbirmi anche quello dei Natali futuri?- disse
Vantinikov, che ormai pensava di essere un personaggio del “Canto di Natale”.
- Non
dire stronzate!- disse la latrina, che di stronzi sembrava intendersene.
- Tu
parli, o magica latrina?
- Parlo
e canto. Se vuoi ti canto “Azzurro” di Celentano!
- No,
grazie… Cosa vuoi da me?
- Una
cosa semplice semplice. Uccidi la vecchia, sono anni che mi caga in testa ed io
non ne posso più!
- L’idea
mi era già passata per la mente. Se la uccido sarò turbato interiormente per
tutto il resto della mia vita.
- Tanto
un turbato lo saresti comunque. Lo sai che tuo nonno è un transessuale?
Vantinikov uscì dal bagno. Era turbato: mai avrebbe pensato
che suo nonno potesse spassarsela vestito da donna alla sua veneranda età.
- Allora,
i miei rubli?- disse la vecchia, che aveva sempre la mano protesa, come una
zingara davanti ad una chiesa.
- Mio
nonno un trans! Incredibile!- ripeteva sempre più incredulo Vantinikov.
Il topo gigante, la bella donna, la latrina parlante, il
Comunismo, il nonno… Tutto ruotava così confuso nella testa di Vantinikov, che
la sua mente si annebbiò tutto d’un tratto. Prese un ferro dal caminetto e infilzò
la gola della vegliarda questuante. La vecchia cadde stecchita ed esplose in
fiamme, come una Spider rossa in un film americano. La catapecchia degli Ilic
era tutta di legno e l’incendio divampò rovinoso e brutale: Vantinikov doveva
fuggire, e fuggì. La fuga del fuggiasco fu fugace, fu catturato dopo pochi
metri. Lo scemo del villaggio in realtà era Boris Bukacioff, il capo della
polizia di tutta Mamma Russia, che era stato avvertito per sogno da un fenicottero
giallo di pedinare Vantinikov. L’omicida fu giudicato per direttissima e
condannato ai lavori forzati per tutta la vita. Fortunatamente, in quel
periodo, lo Zar aveva appena cambiato il vecchio ministro della giustizia per
uno nuovo che era in offerta, un tale Mastellakov. Il primo atto ufficiale di
Mastellakov fu un maxi indulto che svuotò le carceri di mezza Russia.
Vantinikov fu sbattuto fuori per mezzogiorno, in tempo per pranzare.
Vantinikov aveva una certa fame e si risolse per mangiare i
tradizionali tortellinikov nella locanda del buon vecchio Ermeskov. Improvvisamente,
mentre soffiava sui tortellinikov ancora bollenti vide la ragazza della
visione, e decise che l’occasione era buona per marpionarla.
- Mi
chiamo Vantinikov e sono un ex galeotto. Non ti fa schifo vero se mi siedo qui
vicino a te?
- Ma
certo che no, nipote mio!
Dopo aver ucciso anche il nonno transessuale ed essere stato
processato per direttissima, Vantinikov era di nuovo in carcere. Caso strano,
tutti i criminali rimessi in libertà da Mastellakov con l’indulto erano tornati
in carcere. Tutti tranne due che erano ancora latitanti.
Le storielle russe terminano tutte con una morale piuttosto
reazionaria, questa invece si concluse con Vantinikov che dal carcere inventò
il Comunismo, apportandogli alcune modifiche. Introdusse due squadre, una palla
e un arbitro. Lo scopo del gioco era fare goal e se uccidevi qualcuno, ti beccavi
il cartellino giallo, o al massimo rosso. Il gioco del Comunismo venne
praticato in molti paesi e fruttò un sacco di cartellini rossi, ma adesso la
gente preferisce giocare a calcio.


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