Il mago Brillo aveva chiesto un minuto di silenzio,
rivolgendosi alle poltrone vuote della sala semideserta. Il prossimo giochetto
che prevedeva il suo noiosissimo show di magia sbiadita, non era l’ennesimo
trucco fallito del colombo che esce dal cappello. Fino a quel momento era
uscito solo il pubblico, per chiedere il rimborso del biglietto. Agitando la
bacchetta, il sudatissimo mago annunciò solenne che stava per eseguire il
difficilissimo pezzo con la cassa magica e le spade. Tremai, nel mio vestito da
finto sikh, sotto il mio buffo turbante di stoffa azzurra che pesava quintali.
All’epoca mi facevo chiamare “Salaam”, e per pagarmi
l’università facevo l’assistente di questo mago Brillo, ogni venerdì sera. Ero
davvero agitato perché mago Brillo non era “in serata”, e pur non essendo mai
stato “in serata”, quella serata era ancora meno “in serata” e più sudato del
solito.
- Un applauso per Salaam, il mio assistente indiano!- disse
il mago. Seguì un rumore molesto.
Salii sul palco trascinando la cassa, poi cercai di
svignarmela, ma il mago mi afferrò per il colletto. Il suo sguardo
supplichevole mi metteva tristezza, quindi decisi di non piantarlo in asso.
Allora ero un ragazzo tutto d’un pezzo (capirete poi cosa voglio dire), mi feci
coraggio e m’infilai nell’involucro di legno marcescente.
- E ora, signore e signore (c’erano solo due persone),
infilerò due spade nella cassa con dentro il mio assistente… E quando le
toglierò, il mio Salaam ne uscirà illeso!- disse, cercando di non incrociarsi
con lo sguardo del pubblico che ora era diventato un solo grassone burbero con
un muso poco rassicurante e una mazza chiodata in mano.
- Ti conviene farmi ridere, pagliaccio, o mi posso alterare.
E se mi altero, tolgo il guinzaglio al mio pugno!- disse il pubblico, che ora
si era piazzato proprio di fronte al mago.
- Sono pronto!- dissi da dentro la cassa.
Il mago si asciugò il sudore e pregò San Houdinì di
proteggerlo. TAC! TAC!
Le spade m’infilzarono: un colpo secco al collo e uno al
bacino. Avevo chiuso gli occhi, per non guardare. A riaprirli non fui più io,
ma solo la Testa.
- Che cosa hai fatto deficiente! Mi hai tagliato in tre
parti!- urlò la Testa spaventata al mago, mentre il pubblico grassone se la
rideva della grossa.
- È impossibile, se ti avessi affettato, saresti morto!
- Tu sei un mago, mi hai fatto un sortilegio, no?
- Che mago e mago! Io sono un ciarlatano, uno scarto
dell’umanità! La mia bacchetta magica l’ho trovata nel detersivo, e l’unico
gioco che mi è riuscito è stato quello di far sparire tutti i soldi dal mio
conto in banca per comprarmi alcool, donne e droga! Sono il più grande perdente
della storia, e pensare che ho raccontato a mia madre che mi trovo in questa
città perché mi hanno eletto sindaco! Poveretta, se sapesse che spendo i soldi
che m’invia in puttane (e le più economiche per giunta), le verrebbe un
infarto!
La sala si stava tornando a riempire di persone, corse ad
assistere all’esilarante monologo di autocommiserazione del povero mago. C’era
anche un’anziana, che diceva di essere la madre del sindaco. La signora
stramazzò a terra priva di sensi.
In pochi minuti il teatro era stipato, tanto che risultava
quasi impossibile trovare un posto sulle poltroncine di velluto.
- Insomma, fammi uscire da questa cassa, stregone dei miei
stivali! Voglio vedere come mi hai ridotto!- fece sempre la Testa,
sincronizzata con il resto del corpo, sperando che la sensazione di divisione
in tre parti fosse solo uno shock momentaneo.
Brillo aprì il coperchio tarlato della cassa magica ed
estrasse prima la testa, poi il tronco con attaccate le braccia, e infine il
bacino con le gambe. La parte superiore di me comprese immediatamente che non
poteva più controllare braccia e gambe, comandava solo la Testa. Le altre due
parti (d’ora in poi Braccia e Gambe, per comodità) erano tutt’altro che prive
di vita: Braccia tirò un pugno allo stomaco del mago, che cadde a terra, e
Gambe incominciò ad accanirsi tirando calci sui gioielli di famiglia del povero
ciarlatano. Il pubblico era in visibilio, la sala era piena, la vecchia era
morta, stroncata dall’infarto.
- Basta, basta, pietà!- fece il mago.
- Sì, passacelo a noi!- sbraitò il ciccione, che ora era
circondato da amici nazisti.
- Adesso, stronzo col cilindro, fammi tornare un tutt’uno!-
disse la Testa.
- Ti ho detto che non sono un vero mago! C’è un mago in
questa sala?
Il dottore che stava esaminando la vecchietta stecchita sul
pavimento alzò la mano e prese parola:
- Io ho seguito un corso di magia nera per corrispondenza.
Ho trasformato mia suocera in un cactus. Posso esservi utile?
- Come potete vedere, doc, ho un grosso problema… Anzi,
tre!- sospirò la Testa, mentre le Gambe corsero verso il dottore per fargli
vedere che si trattava di un guaio vero e non di fiction.
- Escluderei a priori l’operazione chirurgica con lo scotch
oppure quella con il super-attack. Queste nuove tecnologie non sono ancora
sicure. Mi ci vorrebbe il “Grande libro della magia curativa”, che uso in tutti
i miei interventi!
- Io ho un libro sul bricolage, è un po’ la stessa cosa, va
bene?- fece una signorina in prima fila con gli occhialini da intellettuale.
Il dottore umettò l’indice e sfogliò il tomo, poi si
aggiustò gli occhiali e tornò a consultare l’indice.
- Mi dispiace, qui spiega come decorare le zucche e come
costruire un cappello di carta, non c’è niente riguardo all’assemblaggio di
parti umane viventi - disse il dottore, un po’ deluso.
Il pitbull dei nazisti stava uccidendo e sventrando mago
Brillo: non avrebbe più potuto rimborsarmi (o rimborsarci). E non ero (eravamo)
neanche assicurato (assicurati).
Fortunatamente ero stato pagato (eravamo stati pagati) in
anticipo. Lo spettacolo poteva considerarsi concluso, quindi divisi (dividemmo)
in tre parti uguali il magro incasso della serata e poi la Testa salutò Braccia
e Gambe. Fin dalla nostra scissione, quei due si erano dimostrati ben contenti
della loro neonata autonomia, e fremevano dalla voglia di andarsene verso
chissà quali lidi e con chissà quali aspirazioni. Gambe corse via senza troppe
cerimonie. Braccia cercò di stringere la mano alla Testa, provando un lieve
imbarazzo nell’accorgersi che questa era monca. La Testa gli augurò buona
fortuna. L’osservò mentre chiamava un taxi con un gesto del pollice, e poi se
ne andò rotolando. Tutti e tre presero una direzione diversa, e non
s’incontrarono mai più.

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