giovedì 6 agosto 2015

LO SCISMA

Il mago Brillo aveva chiesto un minuto di silenzio, rivolgendosi alle poltrone vuote della sala semideserta. Il prossimo giochetto che prevedeva il suo noiosissimo show di magia sbiadita, non era l’ennesimo trucco fallito del colombo che esce dal cappello. Fino a quel momento era uscito solo il pubblico, per chiedere il rimborso del biglietto. Agitando la bacchetta, il sudatissimo mago annunciò solenne che stava per eseguire il difficilissimo pezzo con la cassa magica e le spade. Tremai, nel mio vestito da finto sikh, sotto il mio buffo turbante di stoffa azzurra che pesava quintali.
All’epoca mi facevo chiamare “Salaam”, e per pagarmi l’università facevo l’assistente di questo mago Brillo, ogni venerdì sera. Ero davvero agitato perché mago Brillo non era “in serata”, e pur non essendo mai stato “in serata”, quella serata era ancora meno “in serata” e più sudato del solito.
- Un applauso per Salaam, il mio assistente indiano!- disse il mago. Seguì un rumore molesto.
Salii sul palco trascinando la cassa, poi cercai di svignarmela, ma il mago mi afferrò per il colletto. Il suo sguardo supplichevole mi metteva tristezza, quindi decisi di non piantarlo in asso. Allora ero un ragazzo tutto d’un pezzo (capirete poi cosa voglio dire), mi feci coraggio e m’infilai nell’involucro di legno marcescente.
- E ora, signore e signore (c’erano solo due persone), infilerò due spade nella cassa con dentro il mio assistente… E quando le toglierò, il mio Salaam ne uscirà illeso!- disse, cercando di non incrociarsi con lo sguardo del pubblico che ora era diventato un solo grassone burbero con un muso poco rassicurante e una mazza chiodata in mano.
- Ti conviene farmi ridere, pagliaccio, o mi posso alterare. E se mi altero, tolgo il guinzaglio al mio pugno!- disse il pubblico, che ora si era piazzato proprio di fronte al mago.
- Sono pronto!- dissi da dentro la cassa.
Il mago si asciugò il sudore e pregò San Houdinì di proteggerlo. TAC! TAC!
Le spade m’infilzarono: un colpo secco al collo e uno al bacino. Avevo chiuso gli occhi, per non guardare. A riaprirli non fui più io, ma solo la Testa.
- Che cosa hai fatto deficiente! Mi hai tagliato in tre parti!- urlò la Testa spaventata al mago, mentre il pubblico grassone se la rideva della grossa.
- È impossibile, se ti avessi affettato, saresti morto!
- Tu sei un mago, mi hai fatto un sortilegio, no?
- Che mago e mago! Io sono un ciarlatano, uno scarto dell’umanità! La mia bacchetta magica l’ho trovata nel detersivo, e l’unico gioco che mi è riuscito è stato quello di far sparire tutti i soldi dal mio conto in banca per comprarmi alcool, donne e droga! Sono il più grande perdente della storia, e pensare che ho raccontato a mia madre che mi trovo in questa città perché mi hanno eletto sindaco! Poveretta, se sapesse che spendo i soldi che m’invia in puttane (e le più economiche per giunta), le verrebbe un infarto!
La sala si stava tornando a riempire di persone, corse ad assistere all’esilarante monologo di autocommiserazione del povero mago. C’era anche un’anziana, che diceva di essere la madre del sindaco. La signora stramazzò a terra priva di sensi.
In pochi minuti il teatro era stipato, tanto che risultava quasi impossibile trovare un posto sulle poltroncine di velluto.
- Insomma, fammi uscire da questa cassa, stregone dei miei stivali! Voglio vedere come mi hai ridotto!- fece sempre la Testa, sincronizzata con il resto del corpo, sperando che la sensazione di divisione in tre parti fosse solo uno shock momentaneo.
Brillo aprì il coperchio tarlato della cassa magica ed estrasse prima la testa, poi il tronco con attaccate le braccia, e infine il bacino con le gambe. La parte superiore di me comprese immediatamente che non poteva più controllare braccia e gambe, comandava solo la Testa. Le altre due parti (d’ora in poi Braccia e Gambe, per comodità) erano tutt’altro che prive di vita: Braccia tirò un pugno allo stomaco del mago, che cadde a terra, e Gambe incominciò ad accanirsi tirando calci sui gioielli di famiglia del povero ciarlatano. Il pubblico era in visibilio, la sala era piena, la vecchia era morta, stroncata dall’infarto.
- Basta, basta, pietà!- fece il mago.
- Sì, passacelo a noi!- sbraitò il ciccione, che ora era circondato da amici nazisti.
- Adesso, stronzo col cilindro, fammi tornare un tutt’uno!- disse la Testa.
- Ti ho detto che non sono un vero mago! C’è un mago in questa sala?
Il dottore che stava esaminando la vecchietta stecchita sul pavimento alzò la mano e prese parola:
- Io ho seguito un corso di magia nera per corrispondenza. Ho trasformato mia suocera in un cactus. Posso esservi utile?
- Come potete vedere, doc, ho un grosso problema… Anzi, tre!- sospirò la Testa, mentre le Gambe corsero verso il dottore per fargli vedere che si trattava di un guaio vero e non di fiction.
- Escluderei a priori l’operazione chirurgica con lo scotch oppure quella con il super-attack. Queste nuove tecnologie non sono ancora sicure. Mi ci vorrebbe il “Grande libro della magia curativa”, che uso in tutti i miei interventi!
- Io ho un libro sul bricolage, è un po’ la stessa cosa, va bene?- fece una signorina in prima fila con gli occhialini da intellettuale.
Il dottore umettò l’indice e sfogliò il tomo, poi si aggiustò gli occhiali e tornò a consultare l’indice.
- Mi dispiace, qui spiega come decorare le zucche e come costruire un cappello di carta, non c’è niente riguardo all’assemblaggio di parti umane viventi - disse il dottore, un po’ deluso.
Il pitbull dei nazisti stava uccidendo e sventrando mago Brillo: non avrebbe più potuto rimborsarmi (o rimborsarci). E non ero (eravamo) neanche assicurato (assicurati).

Fortunatamente ero stato pagato (eravamo stati pagati) in anticipo. Lo spettacolo poteva considerarsi concluso, quindi divisi (dividemmo) in tre parti uguali il magro incasso della serata e poi la Testa salutò Braccia e Gambe. Fin dalla nostra scissione, quei due si erano dimostrati ben contenti della loro neonata autonomia, e fremevano dalla voglia di andarsene verso chissà quali lidi e con chissà quali aspirazioni. Gambe corse via senza troppe cerimonie. Braccia cercò di stringere la mano alla Testa, provando un lieve imbarazzo nell’accorgersi che questa era monca. La Testa gli augurò buona fortuna. L’osservò mentre chiamava un taxi con un gesto del pollice, e poi se ne andò rotolando. Tutti e tre presero una direzione diversa, e non s’incontrarono mai più.


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