sabato 1 agosto 2015

IL MIELE DEL DIACONO

(un racconto inedito di narrativa erotica femminile per la serie "Nuovi Harmony")

Hardmore Church, Scozia
Un caldissimo agosto del 1869

Era una di quelle serate in cui il cielo era rosso cupo, come il fondo di un bicchiere di Porto. Ingelram si era messo i baffi e indossava la stola talare al di sopra della dalmatica, senza tuttavia appuntarsi una spilla raffigurante una croce. Segno, questo, che essendo egli un Diacono della chiesa di Roma, pur rispettoso del rito ambrosiano, permaneva di spirito laico, oserei dire quasi libertino.
Si sentiva affascinante come una spia. O un amante illecito. Aveva tuttavia pensato a lungo a quella sera e sapeva con esattezza come si sarebbe svolta. I baffi finti gli avrebbero garantito l’anonimato, nessuno avrebbe dedotto, nel veder sgattaiolare un Diacono baffuto fuori dalla chiesa di Hardmore, che quel Diacono era proprio lui, Ingelram!
La luce scemava ogni istante di più. Perfetto. Temeva che Ethel lo riconoscesse. Di certo le sarebbe bastato guardarlo solo una volta nei profondi occhi castani per identificarlo. Troppe volte quella pia donna aveva ricevuto il sacramento dell’eucaristia direttamente dalle sue mani.
Lui l’avrebbe individuata tra cento donne. Nessun’altra aveva il labbro inferiore carnoso come quello di Ethel e le sopracciglia arcuate in quel modo così particolare. Nessuna, no. Come nessuna aveva il vizio di tormentarlo tanto con il suo spirito acuto. Un attimo dopo, fu costretto a rimangiarsi ogni cosa. Di fronte a lui c’era una donna bionda che, in tutta sincerità, non avrebbe mai riconosciuto. Dire che assomigliava ad una creatura “leggera” sarebbe stato un complimento. La definizione migliore era démi-mondaine.
- Ethel! – esclamò, dimenticando per un istante che era un Diacono incognito con i baffi e non il Diacono Ingelram, e si sarebbe dovuto rivolgere a lei con il titolo di lady Valentyne e il dovuto distacco.
- Siete venuto all’appuntamento, Diacono Justin. Posso chiamarvi Justin? – gli chiese la donna.
- Certo, e prestate bene attenzione… Sono Justin, non Ingelram. Potrebbe trarvi in inganno il fatto che tralasciando i baffi, siamo identici come due gocce d’acqua!
Gli scoccò un sorriso ingentilito da fossette, lasciando trasparire una leggera titubanza.
- Titubate?
- E’ che vi trovo…
- Assolutamente decadente, lo so. Una volta vestitami dalla testa ai piedi, la mia cameriera s’è quasi fatta prendere da quello che ha definito “un colpo terribile” al pensiero che mi mostrassi in pubblico conciata così. L’ho rassicurata, dicendo che nessuno avrebbe mai scoperto la mia vera identità.
Il Diacono la fissò con licenziosa laicità. Ethel s’era dipinta le labbra di un rosso brillante e aveva gli occhi sottolineati di nero. Il viso era coperto di cipria e dalla cuffietta facevano capolino un’infinità di boccoli chiarissimi che simili a spirali, andavano in tutte le direzioni.
- Cosa indossate sotto il mantello?
- Un costume della marchesa. È un tantino appariscente. Suppongo che sia adatto al palcoscenico perché vi assicuro che è troppo volgare per essere portato in un salotto.
Nell’oscurità, il Diacono non vedeva nulla affiorare da sotto il pesante tabarro della fanciulla, ma la sua fantasia non stentava ad immaginarlo. Vedendola così pesantemente truccata da peripatetica, fremeva dall’eccitazione. Scostò pudicamente il mantello dalla spalla di Ethel, e…
- Un costume da gorilla? Immaginavo vi foste abbigliata con qualcosa di più sensuale!
- È per non farmi riconoscere. Dovesse sopraggiungere qualche gendarme… Ho anche un casco di banane, nella carrozza! Per mantenere l’anonimato, mi travestirei da scimmia, e mangerei subito una banana!
Lady Valentyne si sporse in avanti e sfiorò il ginocchio del Diacono.
- Dovete pensare di me che sono molto ardita. In effetti, è così. Tuttavia non mi sento immorale. Vedete, mio marito è morto un anno fa ed eravamo sposati da appena un quarto d’ora. Voleva fare il galante, baciandomi la mano dove poco prima aveva infilato la fede nuziale. Povera anima sfortunata, ha ingoiato l’anello e si è strangolato.
Lo stava guardando con un’espressione attraente. Il Diacono riuscì ad annuire.
- Non sono una donna immorale! – continuò lei. – O meglio, forse lo sono perché… Perché mi trovo qui. Eppure signor Diacono coi baffi… Voglio dire… Justin, non desidero un nuovo matrimonio. Non fino a quando non avrò capito qualche cosa degli uomini.
- Degli uomini? – ripeté lui, curioso.
- In verità non conosco nulla del vostro sesso. Sì insomma, conoscevo mio padre e lo amavo. Quei quindici minuti di matrimonio con il capitano Valentyne sono stati intensi, ma lui era una persona così sconsiderata. Altre figure maschili di rilievo sono state per me, ovviamente, il pontefice Pio IX, e Guglielmo IV Hannover che regnò sul nostro bel paese prima del prospero periodo della Regina Vittoria. In pratica, mi piacerebbe…
Ancora una volta la voce le mancò.
Un improvviso raggio di luna lampeggiò sulle mani che Ethel teneva in grembo e che stavano tormentando un fazzoletto di lucido raso giallo.
- La verità è che non molto tempo fa avevo pensato di intrecciare una relazione. Il povero Valentyne se n’era andato soltanto da sei mesi. Direte di me che sono una delle peggiori poco di buono. Io invece credo di essere quasi impazzita dal dolore.
- Posso capirlo! – il Diacono pensò a quanto aveva patito, dopo l’improvvisa morte del suo fedele cagnolino Pluto.
- Molti gestiscono il dolore meglio di come sono riuscita a fare io. E’ stato così. Non posso non descrivervelo.
Ingelram si piegò in avanti, incurante della luna e del fatto che lei potesse riconoscerlo, e intrecciò le sue dita a quelle della compagna. – Raccontate pure – le disse con fermezza.
- Ho cercato con tutta me stessa di fare nuove esperienze con un amante – rispose Ethel con impeto. – il visconte di Rocca Siffredi. Voi non lo conoscete, certo, ma posso assicurarvi che si tratta di un vero e proprio libertino. Anche se non…
- Non ha approfittato della vostra condizione di dolore!
- Sembra incredibile non è vero? L’assalì un improvviso attacco di virtù, o forse non era attratto da me. O forse ancora, scoperse che in quel periodo avevo lo scolo, che tecnicamente è chiamato blenorragia. – Disse lei atona, e poi sospirò.
Salirono sulla carrozza. Il Diacono tirò le tendine dei finestrini. Senza il chiarore lunare, quello era un luogo oscuro e confortevole, uno spazio appena sufficiente a contenerli entrambi. Il Diacono scorgeva appena la sfolgorante bellezza degli occhi della compagna ombreggiati dal nero della matita che li delineava. La prima cosa che fece fu strofinare le sue labbra con il fazzoletto di lei. Desiderava solo toglierle il rossetto. Una volta che iniziò a farlo, rimase incantato dalla curva pronunciata del labbro inferiore della compagna. Lei lo guardava soltanto, senza schermirsi. Ethel si umettò il labbro non appena lui ebbe terminato di pulirlo. Il Diacono ripeté l’operazione e lei, sempre fissandolo, si toccò ancora una volta il grande labbro inferiore.
Ingelram decise di approfittarne, di togliersi l’abito talare e presentarsi a Ethel tale quale Pio IX-Pio IX. Cioè, papale-papale.
Proprio in quell’istante, si udì il crepitio di alcuni passi sul sagrato adiacente alla chiesa di Hardmore. Ethel si agitò, si mosse frenetica… E poi Ingelram lanciò un lungo lugubre grido.

- Avevo sentito avvicinarsi qualcuno! – tentò di discolparsi Ethel vestita da scimmia, sputando un mozzicone di cazzo del Diacono. Poi trovò il casco di banane… - Ecco dov’erano le banane! Col buio, mi sono confusa…
Il Diacono, nudo e mutilato della sua virilità, schizzò fuori della carrozza, e corse bestemmiando e piangendo nel buio della calda notte d’agosto. Alle prime luci dell’alba, trovarono il suo cadavere dissanguato. Nella foga della fuga, aveva perso i baffi.

“Ehi, ma è Ingelram!” Fece un passante, che lo riconobbe nonostante non portasse l’abito talare.


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