(un racconto inedito di narrativa erotica femminile per la serie "Nuovi Harmony")
Hardmore Church,
Scozia
Un caldissimo agosto
del 1869
Era una di quelle serate in cui il cielo era rosso cupo,
come il fondo di un bicchiere di Porto. Ingelram si era messo i baffi e
indossava la stola talare al di sopra della dalmatica, senza tuttavia
appuntarsi una spilla raffigurante una croce. Segno, questo, che essendo egli
un Diacono della chiesa di Roma, pur rispettoso del rito ambrosiano, permaneva di
spirito laico, oserei dire quasi libertino.
Si sentiva affascinante come una spia. O un amante illecito.
Aveva tuttavia pensato a lungo a quella sera e sapeva con esattezza come si
sarebbe svolta. I baffi finti gli avrebbero garantito l’anonimato, nessuno
avrebbe dedotto, nel veder sgattaiolare un Diacono baffuto fuori dalla chiesa
di Hardmore, che quel Diacono era proprio lui, Ingelram!
La luce scemava ogni istante di più. Perfetto. Temeva che
Ethel lo riconoscesse. Di certo le sarebbe bastato guardarlo solo una volta nei
profondi occhi castani per identificarlo. Troppe volte quella pia donna aveva
ricevuto il sacramento dell’eucaristia direttamente dalle sue mani.
Lui l’avrebbe individuata tra cento donne. Nessun’altra
aveva il labbro inferiore carnoso come quello di Ethel e le sopracciglia
arcuate in quel modo così particolare. Nessuna, no. Come nessuna aveva il vizio
di tormentarlo tanto con il suo spirito acuto. Un attimo dopo, fu costretto a
rimangiarsi ogni cosa. Di fronte a lui c’era una donna bionda che, in tutta
sincerità, non avrebbe mai riconosciuto. Dire che assomigliava ad una creatura
“leggera” sarebbe stato un complimento. La definizione migliore era démi-mondaine.
- Ethel! – esclamò, dimenticando per un istante che era un
Diacono incognito con i baffi e non il Diacono Ingelram, e si sarebbe dovuto
rivolgere a lei con il titolo di lady Valentyne e il dovuto distacco.
- Siete venuto all’appuntamento, Diacono Justin. Posso
chiamarvi Justin? – gli chiese la donna.
- Certo, e prestate bene attenzione… Sono Justin, non
Ingelram. Potrebbe trarvi in inganno il fatto che tralasciando i baffi, siamo
identici come due gocce d’acqua!
Gli scoccò un sorriso ingentilito da fossette, lasciando
trasparire una leggera titubanza.
- Titubate?
- E’ che vi trovo…
- Assolutamente decadente, lo so. Una volta vestitami dalla
testa ai piedi, la mia cameriera s’è quasi fatta prendere da quello che ha
definito “un colpo terribile” al pensiero che mi mostrassi in pubblico conciata
così. L’ho rassicurata, dicendo che nessuno avrebbe mai scoperto la mia vera
identità.
Il Diacono la fissò con licenziosa laicità. Ethel s’era
dipinta le labbra di un rosso brillante e aveva gli occhi sottolineati di nero.
Il viso era coperto di cipria e dalla cuffietta facevano capolino un’infinità
di boccoli chiarissimi che simili a spirali, andavano in tutte le direzioni.
- Cosa indossate sotto il mantello?
- Un costume della marchesa. È un tantino appariscente.
Suppongo che sia adatto al palcoscenico perché vi assicuro che è troppo volgare
per essere portato in un salotto.
Nell’oscurità, il Diacono non vedeva nulla affiorare da
sotto il pesante tabarro della fanciulla, ma la sua fantasia non stentava ad
immaginarlo. Vedendola così pesantemente truccata da peripatetica, fremeva
dall’eccitazione. Scostò pudicamente il mantello dalla spalla di Ethel, e…
- Un costume da gorilla? Immaginavo vi foste abbigliata con
qualcosa di più sensuale!
- È per non farmi riconoscere. Dovesse sopraggiungere
qualche gendarme… Ho anche un casco di banane, nella carrozza! Per mantenere
l’anonimato, mi travestirei da scimmia, e mangerei subito una banana!
Lady Valentyne si sporse in avanti e sfiorò il ginocchio del
Diacono.
- Dovete pensare di me che sono molto ardita. In effetti, è
così. Tuttavia non mi sento immorale. Vedete, mio marito è morto un anno fa ed
eravamo sposati da appena un quarto d’ora. Voleva fare il galante, baciandomi
la mano dove poco prima aveva infilato la fede nuziale. Povera anima
sfortunata, ha ingoiato l’anello e si è strangolato.
Lo stava guardando con un’espressione attraente. Il Diacono
riuscì ad annuire.
- Non sono una donna immorale! – continuò lei. – O meglio,
forse lo sono perché… Perché mi trovo qui. Eppure signor Diacono coi baffi…
Voglio dire… Justin, non desidero un nuovo matrimonio. Non fino a quando non
avrò capito qualche cosa degli uomini.
- Degli uomini? – ripeté lui, curioso.
- In verità non conosco nulla del vostro sesso. Sì insomma,
conoscevo mio padre e lo amavo. Quei quindici minuti di matrimonio con il
capitano Valentyne sono stati intensi, ma lui era una persona così
sconsiderata. Altre figure maschili di rilievo sono state per me, ovviamente, il
pontefice Pio IX, e Guglielmo IV Hannover che regnò sul nostro bel paese prima
del prospero periodo della Regina Vittoria. In pratica, mi piacerebbe…
Ancora una volta la voce le mancò.
Un improvviso raggio di luna lampeggiò sulle mani che Ethel
teneva in grembo e che stavano tormentando un fazzoletto di lucido raso giallo.
- La verità è che non molto tempo fa avevo pensato di
intrecciare una relazione. Il povero Valentyne se n’era andato soltanto da sei mesi.
Direte di me che sono una delle peggiori poco di buono. Io invece credo di
essere quasi impazzita dal dolore.
- Posso capirlo! – il Diacono pensò a quanto aveva patito,
dopo l’improvvisa morte del suo fedele cagnolino Pluto.
- Molti gestiscono il dolore meglio di come sono riuscita a
fare io. E’ stato così. Non posso non descrivervelo.
Ingelram si piegò in avanti, incurante della luna e del
fatto che lei potesse riconoscerlo, e intrecciò le sue dita a quelle della
compagna. – Raccontate pure – le disse con fermezza.
- Ho cercato con tutta me stessa di fare nuove esperienze
con un amante – rispose Ethel con impeto. – il visconte di Rocca Siffredi. Voi
non lo conoscete, certo, ma posso assicurarvi che si tratta di un vero e
proprio libertino. Anche se non…
- Non ha approfittato della vostra condizione di dolore!
- Sembra incredibile non è vero? L’assalì un improvviso
attacco di virtù, o forse non era attratto da me. O forse ancora, scoperse che
in quel periodo avevo lo scolo, che tecnicamente è chiamato blenorragia. –
Disse lei atona, e poi sospirò.
Salirono sulla carrozza. Il Diacono tirò le tendine dei
finestrini. Senza il chiarore lunare, quello era un luogo oscuro e
confortevole, uno spazio appena sufficiente a contenerli entrambi. Il Diacono
scorgeva appena la sfolgorante bellezza degli occhi della compagna ombreggiati
dal nero della matita che li delineava. La prima cosa che fece fu strofinare le
sue labbra con il fazzoletto di lei. Desiderava solo toglierle il rossetto. Una
volta che iniziò a farlo, rimase incantato dalla curva pronunciata del labbro
inferiore della compagna. Lei lo guardava soltanto, senza schermirsi. Ethel si
umettò il labbro non appena lui ebbe terminato di pulirlo. Il Diacono ripeté
l’operazione e lei, sempre fissandolo, si toccò ancora una volta il grande
labbro inferiore.
Ingelram decise di approfittarne, di togliersi l’abito
talare e presentarsi a Ethel tale quale Pio IX-Pio IX. Cioè, papale-papale.
Proprio in quell’istante, si udì il crepitio di alcuni passi
sul sagrato adiacente alla chiesa di Hardmore. Ethel si agitò, si mosse
frenetica… E poi Ingelram lanciò un lungo lugubre grido.
- Avevo sentito avvicinarsi qualcuno! – tentò di discolparsi
Ethel vestita da scimmia, sputando un mozzicone di cazzo del Diacono. Poi trovò
il casco di banane… - Ecco dov’erano le banane! Col buio, mi sono confusa…
Il Diacono, nudo e mutilato della sua virilità, schizzò
fuori della carrozza, e corse bestemmiando e piangendo nel buio della calda
notte d’agosto. Alle prime luci dell’alba, trovarono il suo cadavere
dissanguato. Nella foga della fuga, aveva perso i baffi.

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